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29 aprile 2018

Perdonare per tornare ad essere liberi

Dio vuole che le nostre vite siano un continuo perdonare gli altri, per liberare ed essere liberi dalle catene del risentimento e dell'odio.
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Abbiamo iniziato la scorsa settimana una serie dove parleremo di perdono. E' un argomento centrale e vastissimo, è il cuore del cristianesimo, poiché su di esso si basa il non giudizio di Dio (questo è buono, questo no, questo lo salvo, questo no) ma il perdono di Dio verso l'uomo.

Gesù ha detto:

“Io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo.” (Giovanni 12:47b)

Gesù avrebbe avuto tutto il diritto di giudicare il mondo: il mondo aveva girato le spalle col peccato a suo Padre, il mondo lo avrebbe ucciso in croce. Ma lui dice: “non giudizio, ma salvezza, non condanna, ma perdono.”

Il concetto è semplice: non puoi salvare chi odi, chi detesti. Se vuoi salvare qualcuno, qualcuno che ti ha fatto male, qualcuno che ti ha offeso, (e noi tutti abbiamo fatto male ed offeso nostro Padre), la prima cosa che devi fare è perdonarlo.

Per poterci salvare  Dio aveva prima la necessità di perdonarci. Per poter essere suoi discepoli veri prima abbiamo la necessità di perdonare come Dio ci perdona.

Abbiamo detto la volta scorsa che solo chi si sente perdonato perdona, ed è per questo che Gesù,  quando insegna ai discepoli come pregare il Padre, inserisce quasi alla fine della sua preghiera perfetta questa frase:

 “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori.” (Matteo 6:12)

In altre versioni il senso della frase di Gesù è spiegato così:

“Perdona i nostri peccati, come noi abbiamo perdonato a quelli che ci hanno offesi.” (Matteo 6:12 PV)

Guardate bene i verbi del versetto: “rimettici” o“perdona”  e “abbiamo rimesso” o “abbiamo perdonato”-

Non voglio andare troppo sul “tecnico” ma è importante capire il tempo di questi due verbi, per capire la tempistica del perdono  che Gesù ha in mente.

Il primo verbo è “rimettici” o “perdona” nell'originale greco è un tempo che si chiama “aoristo imperativo attivo”, Qua è tradotto con l'imperativo presente, ma non esiste qualcosa di simile in italiano : qui sembra che chiediamo a Dio di perdonarci adesso.

L'aoristo invece indica una azione,  ma non  dice che questa azione è stata già fatta verrà fatta in futuro o si sta svolgendo adesso, ma ci dice che è qualcosa che si continua a fare.

Per farvi un esempio, è come quando nelle ricette ti dicono: “scolate la pasta”: non ti dice che la devi fisicamente scolare adesso, oppure domani, oppure che la dovevi scolare ieri, ma ti dice che, tutti quelli che vogliono mangiare la pasta la devono aver scolata.

L'aoristo denota una abitudine nel fare qualcosa, un'azione che viene dal passato, e verrà fatta in futuro.

Vediamo il secondo verbo: “abbiamo rimesso” o “abbiamo perdonato”: nella versione italiana hanno messo il passato prossimo: così sembra che per ingraziarsi il perdono di Dio, noi dobbiamo aver prima perdonato (nel passato) gli altri.

Il tempo invece è, ancora una volta “aoristo imperativo attivo”: per cui dice che non solo dobbiamo aver perdonato nel passato, ma che dobbiamo perdonare nel presente e dovremo perdonare nel futuro.

Una brutta traduzione di quello che dice Gesù è questa:

“Perdona nel passato, perdona oggi, e perdona in futuro i nostri peccati così come noi abbiamo perdonato in passato, perdoniamo oggi e perdoneremo in futuro quelli che ci hanno offeso.” (Parafrasi)

Gesù ci conosce bene, e sa che ci piace essere perdonati... ma, quando si tratta di offrire il perdono, beh, è tutto un altro paio di maniche.

Ci conosce così bene, perché ha avuto per amici persone  come me e come te, erano  riluttanti, “stitici” a concedere perdono. Non ci credi? Guarda questa conversazione, allora!

“Allora Pietro si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?” (Matteo 18:21)

Che razza di domanda è? Sembra strana, ma è basata sul fatto che  la legge ebraica imponeva di perdonare una persona almeno tre volte,  dopo di che, ognuno per la sua strada non mi passare davanti che ti metto sotto.

Il buon Pietro, che sa che deve perdonare per legge, che ha ascoltato il Padre Nostro, (siamo al capitolo 18, e il Padre Nostro è al 6) che ha ascoltato Gesù fino a un minuto prima spiegare che dovevano perdonare le offese  (vedi i versetti dal 15 al 17) cerca di fare “bella figura” con Gesù:

“Vediamo, raddoppiamo il numero, e aggiungiamo uno; così stupirò Gesù per la mia magnanimità! - Ehi, Gesù, che ne dici di 'sette volte'?- Questo dovrebbe fare colpo su di lui!”

Gesù conosce il cuore di Pietro e il suo calcolo... e lo gela:

“E Gesù a lui: Io non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.” (Matteo 18:22) 

Io mi sono fatto due conti: sette per sette fa quarantanove,  lo moltiplico per dieci.... 490 volte! Se perdono un'offesa al giorno  fanno un anno tre mesi e cinque giorni  di perdono incondizionato!

Qui Gesù non vuole far ripassare le tabelline al buon Pietro, ma vuole spiegargli un principio:

“Vuoi sapere quante volte devi perdonare?  Ogni volta che qualcuno ti offende  lo devi perdonare per 490 giorni... E ad ogni nuova offesa devi ricominciare il conto da zero. Figlio mio, tu dovrai perdonare fino a che avrai questa vita sulla terra!”

E. per chiarire meglio il principio,  Gesù racconta una storia:

“Perciò il regno de' cieli è simile ad un re che volle fare i conti coi suoi servitori.  E avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno, che era debitore di diecimila talenti.” (Matteo 18:23-24)

Al cambio attuale, diecimila talenti fanno circa 8.600.000 Euro!  Lo stipendio medio dell'epoca di un servo era di 0,86 centesimi di Euro al giorno... Fatevi i conti di quanto gli ci voleva per ripagare il debito!

“E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato.” (Matteo 18:25 )

Il re ha tutto il diritto di chiedere questo: il debito è enorme, la situazione non è più sanabile, e cerca di recuperare quello che può...  Ma il servo cosa fa?

“Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto". (Matteo 18:26)

Ma va?  8.600.000 Euro? Con 0,86 centesimi al giorno? Se non fosse tragica, la proposta del servo sarebbe quasi comica:  ma il re, comunque, si commuove, e gli cancella il debito.

“Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. (Matteo 18:27)


Nella storia, ovviamente, il re rappresenta Dio. Quale verso ha scelto il padrone nella piramide? E' salito, o è sceso? Ovviamente, è sceso. Per Gesù, ovviamente, questo è quello che Dio intende come vero perdono.

Qualcosa di immeritato dal servo, qualcosa di immotivato (il servo non avrebbe mai potuto pagare) qualcosa che ha a che fare non con quello che è successo (il debito, la promessa del servo) ma con CHI è la persona offesa (il Re!).

Gesù dice che il re ebbe “compassione”: è la stessa parola che verrà usata quando Gesù guarderà Gerusalemme dall'alto e avrà “compassione” perché la gente era come “pecore senza pastore”.

Il verbo usato da Gesù (splagehnizomai) significa “sentire qualcosa che si muove nella pancia” (ricordate che per gli ebrei la pancia era il centro delle emozioni  e il cuore della logica ).

Il re non ha perdonato perché il servo gli ha chiesto scusa; piuttosto, il servo gli si è parato davanti
con una balla spaziale:  “Aspetta e ti ridò tutto.” Non ha percorso la piramide dal basso offrendo un “perdono condizionato”: “Ti perdono SE mi ridai 8.600.000 Euro.”

Il perdono non nasce dalla “logica” ma dalla “pancia”: devi sentire qualcosa che si muove dentro,
che ti fa stare male, e da cui TU per primo vuoi liberarti, e vuoi liberare anche l'altro.



L'immagine che ho scelto per questa serie di messaggi è quella di una catena rotta che si trasforma in uccello. Quando tu perdoni spezzi le catene che imprigionano l'altro nel tuo odio, nel tuo risentimento ma liberi anche (e soprattutto)  te dalla medesima catena. Perché ogni catena è fissata a qualcosa, e nel caso dell'odio  uno dei due capi è fissato a te stesso, a te stessa.

Finché non perdoni  non sarai libero, non sarai libera. Ecco perché Gesù ci ha insegnato a pregare
 “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori.” ci ha insegnato a pregare “Perdona nel passato, perdona oggi, e perdona in futuro i nostri peccati così come noi abbiamo perdonato in passato, perdoniamo oggi e perdoneremo in futuro quelli che ci hanno offesi.”

Per avere una vita felice, devi continuare costantemente a perdonare: Davide dice questo:

“Beato l'uomo a cui la trasgressione è perdonata, e il cui peccato è coperto!” (Salmo 32:1)

Sapete che “beato” significa “felice”: tu ed io siamo “felici” perché Dio a provato compassione,  ha sentito qualcosa muoversi nella pancia, ci ha lasciati andare, ha spezzato le catene. Chi è stato perdonato da un debito  che non avrebbe mai potuto pagare deve perdonare.

Gesù chiude il Padre Nostro con queste parole:

“Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;  ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.” (Matteo 6:14-15)

Vuoi essere felice, oppure vuoi vivere nelle catene del tuo risentimento? Se trovi difficile perdonare, forse non hai ancora accettato pienamente il perdono che Gesù ti ha offerto gratuitamente.

Gesù vuole che tu ti senta pienamente perdonato, pienamente perdonata, e che tu sia capace di spezzare qualsiasi catena terrena affinché tu viva nella sua gioia.

La prossima settimana vedremo come Gesù descrive il risentimento e quali sono le conseguenze terribili sulla vita dei credenti.

Preghiamo.
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22 aprile 2018

Perdonare come Dio mi ha perdonato – Introduzione

Cosa significa "perdonare" per il mondo? E cosa significa per Dio? Ha a che fare con qualcosa che devo ricevere, o piuttosto con qualcosa che devo fare?
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Oggi iniziamo una serie di predicazioni sul perdono. Il perdono è, assieme alla croce, il centro dell'essere cristiani.

Siamo figli di Dio poiché Dio ci ha perdonato. Non siamo più sotto la legge che ci condanna ma sotto la grazia che ci salva perché abbiamo ricevuto il perdono da Dio.

Capire bene cosa significhi “perdono” è fondamentale per chi crede in Cristo

Vorrei partire da una domanda: cosa significa per voi “perdonare”; non mi riferisco al perdono di Dio verso di noi ma a quello più umano di tu che perdoni un altro o che vieni perdonato da un altro. Cercate di darmi una vostra definizione  tipo: ritornare assieme, cancellare il passato, ecc.

Le nostre definizioni di perdono sono “accurate”? Esiste un solo modo di perdonare, oppure ci sono più modi? C'è un modo che è migliore degli altri?

Quella che voglio fare con voi oggi, piuttosto che una predicazione, è una chiacchierata  di cosa significhi realmente perdonare.

Partiamo da un po' di etimologia: la parola italiana “perdonare” viene dal latino: “donare” = dare, concedere + il rafforzativo “per” = completamente” (esempio: qualcosa “perforato” è “forato completamente”). In francese in spagnolo e in portoghese la parola è la stessa.

In inglese la parola è “forgive”,  di derivazione germanica che non è altro  che la traduzione del latino: “give” = dare + “for” = completamente”. Questo è il modo in cui la società definisce il “perdono”: concedere all'altro senza limite, completamente.

Vedete che già c'è un concetto fondamentale: il perdono è qualcosa che riguarda soprattutto chi perdona: colui (o colei) che perdona “cede” qualcosa, dà qualcosa all'altro.

E nella Bibbia? Nella Nuova riveduta  la parola “perdonare” è presente 143 volte: 85 nell'AT e 58 nel NT.

L'Antico Testamento usa due parole : “salach”, che ha il solo significato di perdonare, e “nasha”, che significa anche, sollevare, elevare, far risalire.

Nel Nuovo Testamento a parola "perdonare"  è la parola greca aphiemi.  Significa liberare; lasciare andare; rilasciare, slegare;  per scaricare; o per liberare completamente.

Veniva usata quando un debito veniva cancellato, o  quando veniva sciolto un contratto,  un impegno o una promessa.

Una parafrasi moderna di questa parola greca  sarebbe semplicemente lasciar perdere!

Aldilà del fatto che Gesù ci chiede di perdonare  (e vedremo cosa significa nelle prossime predicazioni) quando perdoniamo qualcuno significa che  non abbiamo più il privilegio  di tenere le persone in ostaggio  per quello che hanno fatto in passato.

Per cui la Bibbia definisce il perdono non tanto come un atto di dare all'altro, ma come un cambiamento di posizione, tra noi e l'altro.

Quando perdoniamo “solleviamo” qualcuno, lo facciamo risalire alla nostra posizione dal basso.

Quando perdoniamo qualcuno, lo sleghiamo, tagliamo delle corde con cui lo abbiamo intrappolato.

E, vedete, qui già c'è il concetto che siamo noi, la parte offesa che ha creato delle corde, delle catene, per legare l'altro.

Vorrei vedere assieme a voi  tre diagrammi che ho fatto per rendere graficamente il processo che porta al perdono nella gran parte delle persone.

Gli antropologi (coloro che studiano i comportamenti umani) hanno individuato nove fasi che portano dall'offesa al perdono: vorrei commentarle assieme.

I diagrammi sono riferiti al perdono nell'ambito dell'amicizia e del matrimonio, ma funzionano anche in generale anche con le altre persone.



Un perdono vero secondo la società è quello che ristabilisce il rapporto attraverso la scalata della piramide dal basso verso l'alto.

Da qui capiamo perché spesso è così difficile perdonare. Il problema è  che molti si fermano a qualche livello della piramide. Dove si ferma il tuo perdono?

Su quale gradino della piramide  ti siedi normalmente? Forse alla “tolleranza”,   o al perdono condizionato ( (io ti perdono se...) o alla riappacificazione, o persino al perdono vero, ma non all'amicizia.

Sai perché è difficile perdonare? Perché scalare una piramide è faticoso! E' tutto in salita, la “gravità” lotta contro di te”. Ci vuole un gran dispendio di energie, e alla fine ti stanchi... e ti siedi su qualche gradino senza arrivare alla vetta.

Però, questo è lo schema del mondo. Esiste allora una maniera per fare meno fatica?

Fino ad adesso ti ho mostrato il TUO percorso per perdonare gli altri.

La Bibbia ci mostra un percorso differente, che parte da qualcuno che per primo ci ha perdonati. Anche tu ed io siamo stati perdonati da Dio. Allora, anche lui ha fatto la stessa piramide in salita?

C'è una strada più semplice, meno faticosa per giungere a perdonare.


Dio è partito dall'alto della piramide, ed è “sceso”: é partito dall'amicizia che una volta aveva con noi e che era stata interrotta  dalle nostre offese, e senza tenerne conto, ci ha offerto subito il perdono VERO.

Davide dice:

“Come è lontano l’oriente dall’occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe.” (Salmo 103:12)

Dio sceglie deliberatamente di “scendere” la piramide. Questo è quello che chiede anche a me e a te... perché sa che la via verso il perdono vero, non procede dal basso, non è fatta a gradini da salire (ci conosce, sa che ci stanchiamo  e che alla fine ci mettiamo seduti da qualche parte). Come figli amati,  ci chiede di fare come ha fatto lui.

Paolo dice ai Colossesi:

“Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.” (Colossesi 3:13b)

Dalla prossima settimana per cinque settimane vedremo come la Bibbia ci da un modello attraverso il quale possiamo perdonare  senza dover necessariamente faticare e fallire dal  perdonare davvero.

Vedremo se perdonare  significa mettere in un cassetto, oppure bruciare il cassetto con tutto il mobile.

Vedremo anche la “fisiologia” del perdono, ovvero cosa accade nel nostro organismo a seconda che perdoniamo  o che teniamo in serbo il nostro rancore.

Ho detto che è più facile scendere la piramide, che ci vuole “meno fatica”. Questo non significa che per Dio sia stato senza un prezzo: lui non ha faticato a perdonarci, ma non è stato certo indolore.

“Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo.” (Romani 5:10a)

Dio ci ha perdonato, è sceso verso noi... ma noi dobbiamo accettare quel perdono frutto della croce.


“A causa dei vostri peccati e della vostra vecchia natura corrotta, voi eravate morti, ma Dio vi ha dato la vita in Cristo.Dio ha perdonato tutti i nostri peccati,  cancellando l'atto di accusa contro di noi che è stato tolto di mezzo, inchiodato sulla croce.” (Colossesi 2:13-14 PV)



Dio è sceso per riappacificarsi con te, Dio ha superato tutte le fasi del perdono, te lo ha offerto gratuitamente per poter tornare ad essere  il tuo migliore amico.

Dio non ti accusa più per i tuoi peccati: ma neppure tu dovresti farlo, verso nessun altro. Chi è stato perdonato, perdona.

Preghiamo.

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15 aprile 2018

Essere motivati per ricevere da Dio

Quando preghi,  e cerchi l'aiuto di Dio, sei pienamente sincero, sei pienamente sincera con Lui? Ma, soprattutto, preghi per ricevere per te, oppure perché Dio dimostri la sua potenza attraverso di te?
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La scorsa settimana abbiamo iniziato a vedere la preghiera di Jabes che si trova in 1 Cronache:
rivediamola assieme:

“Iabes fu più onorato dei suoi fratelli; sua madre lo aveva chiamato Iabes, perché diceva: "L'ho partorito con dolore".  Iabes invocò il Dio d'Israele, dicendo: "Benedicimi, ti prego; allarga i miei confini; sia la tua mano con me e preservami dal male in modo che io non debba soffrire!" E Dio gli concesse quanto aveva chiesto.” (1° Cronache 4:9-10)

Abbiamo cercato di capire perché  a causa di questa semplice preghiera Iabes fosse stato più benedetto dei suoi fratelli.

Abbiamo già visto che è dovuto  sia al “come” Iabes si pone davanti al Signore (Iabes “cerca” deliberatamente il Signore, urla salta e alza le mani per farsi notare Iabes si inginocchia davanti al Signore, non fugge, offre il collo, la propria vita al Signore).

Ma è sicuramente dovuto anche al “cosa” Iabes ha pregato, cosa a chiesto a Dio, e che Dio ha gradito ed ha concesso.

1. Iabes ha pregato con ambizione

“Allarga i miei confini.”

Il primo motivo è che Jabees  era un uomo di grandi ambizioni.  Definiamo per prima cosa la parola “ambizione”. Cosa significa essere “ambiziosi”

Il verbo “ambire” viene dal latino, e letteralmente significa “andare” (ire) “intorno (amb) Vi leggo la spiegazione e che ne fa il dizionario etimologico

In Roma Antica era costume, non dimenticato dai posteri, che coloro i quali desideravano ottenere un piccolo ufficio, (una carica pubblica), si facevano attorno con moine e promesse alle persone del popolo che andavano appositamente a cercare per guadagnarsi il loro suffragio (il loro voto). Da questo affaticarsi venne che ambire in breve tempo significò bramare e brigare (darsi da fare per) gli onori” (Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani.)

Il dizionario dice bene “non dimenticata dai posteri” perché i politici attuali continuano a farlo!

Tu potresti dirmi: “Ma Marco, Gesù non ci ha chiesto di essere gli ultimi se vogliamo essere i primi? Non ci ha chiesto di stimare l'altro più di noi stessi?”

Certamente, ma tutto dipende  dove sta il centro della tua ambizione.

Se tu sei il centro delle tue ambizioni, se vuoi “allargare i tuoi confini” che significa avere più soldi, più fama, più influenza, più potere per tuo unico e solo utile, allora è giusto il richiamo di Gesù. E non aspettarti che il Signore accolga la tua preghiera.

Ma Gesù ci ha detto anche un'altra cosa:

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5:16)

Per chi lo stava chiedendo Iabes? Come faceva Dio a sapere che non lo stava chiedendo  per ambizione personale, ma perché la sua fortuna dimostrasse la grandezza del Dio che la concedeva?

Dio ha letto bene due affermazioni di Iabes:

“Benedicimi... sia la tua mano con me”

Abbiamo visto la volta scorsa che chiedere benedizione  significa inginocchiarsi dinanzi al Signore, non fuggire, ma mettere la propria vita a sua disposizione

Poi Iabes aggiunge qualcosa di altro: parla della “mano di Dio”. Quando gli ebrei parlavano della mano di Dio, quello che intendevano significare non era una mano “fisica”, ma la potenza di Dio.

Vi faccio vedere solo un esempio da Esodo: qui stavano parlando di tutto quello che Dio aveva fatto per farli uscire dalla schiavitù in Egitto.

“Quando, in avvenire, tuo figlio ti interrogherà, dicendo: “Che significa questo?”, tu gli risponderai: “Il Signore ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente.” (Esodo 13:14)

Mentre tutti i suoi amici si accontentavano di essere nella media ... di essere “mediocri” (vedete come la parola che deriva da “media” abbia una connotazione assolutamente negativa), a Jabes non bastava.

Iabes vuole che la potenza del Signore sia “evidente” agli altri. Sta affermando:  “Dio, io non fuggo da te, e metto la mia vita a tua disposizione:  voglio qualcosa di grande, qualcosa che si veda da lontano  che non è opera mia, ma Tua!”

Iabes aveva ambizione la sua vita aveva uno scopo, e non era “vivere per me stesso”  ma essere uno strumento di Dio. Molte persone “scivolano” semplicemente, attraversando la loro vita,  senza obiettivi,  piani,  scopi  ed ambizioni;  ed il risultato è che non combinano un gran che nella vita.  Si accontentano semplicemente di “esistere”

Sei come Iabes? Mi auguro di si! Dio vuole che tu cresca,  anche e soprattutto attraverso un sogno,  una meta da raggiungere. Dio non se la prende  se sei ambizioso per mostrare la sua potenza  nella tua vita

Sai cosa ti frena molte volte dal chiedere come Iabes? La paura! E spesso confondiamo la paura con l'umiltà;   “Oh, non sono capace di fare quella cosa”  e così pensiamo di essere stati umili.  Probabilmente è una mancanza di fede. Iabes sapeva di avere un Dio grande, un Dio potente... e chiedeva in grande!

Quale è la cosa che vorresti Dio facesse nella tua vita? Pensa” in grande,  abbi fede, e prometti di dare il merito a Lui solo!

Altre volte quello che ci frena è la pigrizia: diciamo: “Io sto bene come sto!” Pensiamo a Paolo in Filippesi 11 che dice:” io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo.” e ci sentiamo a posto, anche spirituali!

Attenzione, perché Paolo non sta dicendo  “Ho imparato a non avere nessun traguardo,  ambizione o desiderio per il futuro”,  ma sta dicendo che,  anche se i suoi traguardi possono non essere ancora stati raggiunti, ha imparato a godere ogni giorno di quello ottenuto fino ad allora.

Il suo più alto desiderio era quello di portare il Vangelo a Roma; c'è voluto tempo, fede, sacrificio... ma alla fine c'è riuscito!

L'ultima cosa che ci viene in mente è quella di dire:  “Io servo Dio in quel piccolo e in quel poco che so fare”. E così pensiamo di essere anche “spirituali”; la risposta  è :  “Impara più cose e più grandi! Lascia che Dio ti possa usare di più!”

Devo confessarvi di essere una persona ambiziosa: ho sognato di una chiesa nella mia città... e Dio mi ha usato per farla nascere. Ho sognato di avere una conferenza internazionale per i pastori in Italia... e Dio mi ha condotto ad organizzarla per tre anni ad Ostia.

Ma non è avvenuto tutto assieme: sono trascorsi i anni tra il sogno e la realizzazione; dodici anni per la chiesa e sei per la conferenza. Nel frattempo Dio mi ha preparato, forgiato, istruito,  ammaestrato...

Hai mai provato a chiedere a Dio qualche cosa di veramente grande, enorme, una di quelle cose che pensi: “Ma seeee! Non avverrà mai!”

Iabes lo ha fatto, e lo ha anche ottenuto, perché sapeva che per lui era impossibile, ma non per la potenza di Dio. Sapeva che non sarebbe stato lui ad averne il merito, ma Dio.

2. Iabes ha cercato l'aiuto di Dio

“Preservami dal male”

I pochi versetti di Cronache ci danno alcune informazioni su Iabes, anche per quello che “NON” dicono. Le cose che non dicono è  avesse qualche talento o dono speciale. E neppure che  fosse  benestante o istruito;  era semplicemente un uomo comune con una fede fuori dal comune.

Non ti devi preoccupare di ciò che non hai  se tu hai fede in Dio.  Egli ti darà la potenza necessaria.

Per quanto il mondo possa ricercare il talento, o la ricchezza, sono cose passeggere. La fede in Dio no; quella resta.

Il Signore ama usare gente comune  che crede in lui  e che ha voglia di fidarsi di lui  per vederli riuscire.

La seconda cosa che sappiamo è che Iabes aveva fatto così male a sua madre nascendo,  che la madre lo aveva chiamato “doloroso” è anche probabile che fosse un figlio non desiderato e non amato.

Vi sarebbe piaciuto essere stati chiamati “doloroso” o “dolorosa”?  “Oh, ecco che arriva Doloroso!”  “Invitiamo anche Dolorosa alla festa?”

Ma Iabes era più forte del suo handicap;  la sua fede lo sosteneva. Sapeva che l'unica fonte  che poteva aiutarlo nella sua vita, non erano gli amici, la famiglia... neppure la chiesa.

Si certo,  tutte cose buone, che aiutano, rendono una vita felice, sostengono nei momenti difficili... Ma l'aiuto, quello vero,  quello che ti “preserva dal male” e perciò di guida verso il bene, quello che “non ti fa soffrire” (gli amici, la famiglia la chiesa lo fanno spesso) è solamente Dio!

Quale è il tuo handicap? La tuac ondizione dolorosa? E' fisica? E' spirituale? E' un'infanzia infelice?  E' un lavoro frustrante  o un matrimonio distrutto? Cerca l'aiuto di Dio, cercalo con fede, non “sperando”, ma credendo che lui può ogni cosa!

Gesù stesso ha detto questo:

“Ogni cosa è possibile per chi crede"(Marco 9:23). 

3. Iabes ha pregato con sincerità

“In modo che io non debba soffrire!”

Iabes è stato spudoratamente sincero. “Signore, dammi fama, dammi soldi, proteggimi, così che non soffro”! Più sincero di così!

Qualche volta noi invece siamo “insinceri”, ovvero non siamo bugiardi, ma diciamo le cose  che pensiamo siano giuste da dire anche se quello che pensiamo è diverso  da quello che diciamo

“Oh, Signore! Non pensare a me,  io posso anche soffrire, pensa agli altri!” Questa non è sincerità, è masochismo!

Pensiamo che chiedere di stare bene sia troppo egoista che Dio non risponda alle nostre preghiere se comprendono anche i dolori e gli acciacchi!

Conclusione

A quali tipo di preghiere risponde Dio?  La vita di Iabes  come e cosa pregare e a Dio  aspettandoci di essere esauditi.

1. Iabes ha deliberatamente cercato il Signore, ha saltato, urlato alzato le mani per far sentire Dio come un padre desiderato e ricercato

2. Iabes si è inginocchiato davanti al Signore, non è fuggito ed ha messo la sua vita in mano sua.

3. Iabes ha pregato con ambizione volendo ottenere non per se ma per essere uno strumento di Dio.

4. Iabes ha pregato cercando l'aiuto di Dio, perché sapeva che era l'unico a cui poter affidare il compito di appianare il terreno.

5. Iabes ha pregato con sincerità, ha detto tutto quello che aveva nel cuore, non si è nascosto, non si è schermito

Ad un primo sguardo la preghiera di Iabes sembra molto egoistica, vero? Ma Dio la apprezza, e la esaudisce, perché in essa c'è un cuore  che punta sempre verso di Lui, lo cerca, crede, si mette a disposizione, è sincero.

Cosa chiedi quando preghi?  Dio ci incoraggia a chiedere:  Giacomo afferma ” voi  non avete, perché non domandate “ (Giacomo 4:2):  Il Signore disse a Geremia:  "Invocami, e io ti risponderò, ti annunzierò cose grandi e impenetrabili che tu non conosci". (Geremia 33:3)

Paolo dice : " Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo” (Efesini 3:23)

Dio può andare aldilà della tua immaginazione:  Egli dice: “Fidati. Chiedimi. Scopri la tua grande ambizione. Provvedi una fede crescente. E dunque porta tutto a me in preghiera, perché io desidero esaudirti.”

Cosa vuoi che Dio faccia nella tua vita?  Aiutarti al lavoro? Chiediglielo!  Guidarti ad educare tuo figlio? Chiedi!  Far crescere la tua chiesa? “Chiedi!  Liberarti da un peccato ricorrente? Chiedi!

Dio non è come un grosso poliziotto  che aspetta tu faccia  un solo errore  per dati un pugno in piena faccia.  Dio vuole benedire la tua vita.

Preghiamo.

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08 aprile 2018

Essere pronti per essere benedetti

Come preghi al tuo Signore? Quale è il tuo modello di preghiera?  Può egli sentire da essa che tu lo cerchi, lo ami, lo servi?
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Essere pronti per essere benedetti.
Oggi vorrei parlarvi della preghiera. Quando preghi,  cosa preghi?

Quali sono i temi delle tue preghiere? Preghi per te, o preghi per gli altri?

Vorrei vedere assieme una tabella che ci mostra i maggiori motivi di preghiera in America (ho cercato una relativa all'Italia... ma non la ho trovata!).

Fonte LifeWay 2017

Non esiste una maniera “giusta” di pregare: mia nonna aveva il “libro delle preghiere”, noi preghiamo “a braccio”,  quello che ci viene in mente.

Usi mai le preghiere che ci sono nella Bibbia? La Parola è infatti ricca di preghiere; tutti i Salmi lo sono. Poi ci sono preghiere in Deuteronomio,  Esdra, Neemia, Isaia, e poi in Atti, 1 Tessalonicesi, Efesini, il Padre Nostro in Matteo...

Molte di queste saresti capace di citarle a memoria... ma cosa accadrebbe se ti chiedessi  di recitarmi la preghiera di Iabes?

E' una preghiera piccolissima, di appena 24 parole detta da una persona che viene citata una sola volta nell'intera Bibbia.

E' una preghiera “strana” interpretata nelle più varie maniere. Si trova in 1° Cronache, al capitolo 4:9-10:

“Iabes fu più onorato dei suoi fratelli; sua madre lo aveva chiamato Iabes, perché diceva: "L'ho partorito con dolore".  Iabes invocò il Dio d'Israele, dicendo: "Benedicimi, ti prego; allarga i miei confini; sia la tua mano con me e preservami dal male in modo che io non debba soffrire!" E Dio gli concesse quanto aveva chiesto.” ( 1° Cronache 4:9-10)

Una delle caratteristiche di molti credenti è quella di fare preghiere per tutti, ma non per se stessi (se non in casi “estremi”)!

Preghiamo per la moglie, i figli, i parenti, gli amici, la pace nel mondo... ma per noi...  ci sembra un po' troppo... egoistico!

Iabes invece prega “dammi tutto, non mi far soffrire... amen!”e, incredibilmente, (secondo la nostra logica incredibilmente)Dio che fa? Gli dà tutto,e dice espressamente nella Bibbia che lo onora PIU' dei suoi fratelli!

Perché mai Dio  avrebbe dovuto distinguere quest'uomo?  Cos'ha fatto di così speciale  da meritare di essere ricordato  e con una menzione d'onore?  Sembra quasi che il Signore
abbia dei “raccomandati” da favorire!

Che cosa è che fa si che Dio veda di buon occhio ed esaudisca la preghiera di Iabes piuttosto che quella dei suoi fratelli?

Ci sono almeno cinque buoni motivi  per cui Dio ha risposto alla preghiera di Iabes,  e noi possiamo  trarre dei validi principi per le nostre vite.

Due riguardano il COME Iabes a chiesto e tre il COSA Iabes ha chiesto. Questa settimana vedremo il COME.

1. Iabes CERCA il Signore

“Iabes invocò il Dio d'Israele” 

Non sappiamo cosa fecero i fratelli ma sappiamo certamente che Iabes  cercava DELIBERATAMENTE un rapporto col Signore. Il verbo che è tradotto con “invocare” significa “avvicinarsi gridando”.

Iabes ricerca l'attenzione di Dio, un po' come i nostri figli  facevano all'uscita delle elementari, quando saltavano, alzavano le braccia e urlavano, “Papà, sono qua!”

Gesù ha detto:

“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa.” (Matteo 7:7-8)

Sai una cosa? Quando andavo a prendere i miei figli alla scuola non mi sarebbero servite  quelle mani alzate, quei salti, e quelle grida per convincermi a prenderli e a portarmeli a casa!

Li amavo, li amo, sono miei figli, è ovvio che li voglia vicino, li voglia proteggere, voglia dare loro il meglio....Ma mi facevano tanto piacere  le mani alzate, i salti e le grida... perché mi facevano capire che loro ci tenevano a me! Che non avrebbero scelto  un altro padre a caso, che loro volevano starmi vicino  per il resto della giornata!

Lo fai tu? Alzi le mani al tuo Padre Celeste? Salti di gioia quando lo vedi? Gridi a lui? Dovresti! Il suo amore per te come padre è fuori discussione... ma è un padre con un cuore, e gioisce quando sa  di essere amato, speciale, unico!

2. Iabes SI INGINOCCHIA dinanzi al Signore

"Benedicimi, ti prego”

Il verbo è “barak” (adesso sapete che Barak Obama è “Benedetto Obama!) ed è un verbo di movimento, sta a significare  “inginocchiarsi di fronte a qualcuno”.

Iabes non solo ricerca Dio, ma si dispone in maniera  di ricevere la sua approvazione in una posizione di potenziale vulnerabilità.

Inginocchiarsi era in antichità un gesto di coraggio degli schiavi davanti al proprio padrone; essere in ginocchio significa  non avere possibilità di fuggire, ed offrire il collo.

Se uno schiavo lo faceva volontariamente, significava  “Io ho fatto il mio dovere, non temo di essere punito”.

Come ti accosti al Signore? Sei “inginocchiato”  in attesa di essere approvato? Non sto parlando esclusivamente  della posizione “fisica” (quella può aiutare), ma della tua posizione “spirituale”? Puoi affermare di non temere nulla perché hai fatto il tuo dovere?

Nessuno di noi avrebbe mai potuto farlo, eravamo e siamo colpevoli, ma il sangue di Gesù ha coperto la nostra colpa. Tutto ciò che devi fare è seguirlo, obbedire ai suo comandamenti.

Quando chiedi a Dio di benedirti, puoi essere sicuro  che non ti serve scappare? Puoi offrire il collo,
perché il tuo dovere di credente  lo stai facendo?

Dio vuole benedirti, ma sei tu, sono io nelle condizioni di ricevere la sua benedizione? Giacomo dice:

“Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi.  Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo!” (Giacomo 4:8)

Giacomo dice una cosa importante: se voglio avvicinarmi a Dio non devo fare lo sforzo tutto da solo, perché Dio colmerà la distanza che mi manca per raggiungerlo.

L'ha fatto con Gesù, una volta e per sempre, e continua a farlo ogni qualvolta un suo figlio o una sua figlia vogliono avvicinarsi a lui, chiedere le sue benedizioni, avere la sua approvazione.

Ma dice anche che devo mettermi nelle condizioni giuste: lavare via il peccato, purificare il cuore, avendo un solo animo, non due: uno per le cose del mondo, e uno per Dio.

La prossima settimana parleremo di COSA ha chiesto Iabes, e vedremo che ha “mirato in alto”, e che è stato anche esaudito.

Ma tutto è partito dal gridare al Signore, dal fare salti, agitare le mani, per dire “Ehi, Padre, sono qua!”

Ma anche dall'inginocchiarsi  sicuro di essere a posto,  di essere obbediente, di essere lavato.

Ma anche da un cuore che non era diviso tra le cose del mondo e le cose di Dio, perché vedremo che Iabes  ha chiesto si la prosperità del mondo, ma per la gloria di Dio, non per la propria.

Preghiamo.
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01 aprile 2018

Verso chi stai correndo? Pasqua 2018

Come corri la tua vita? Con disperazione, con paura o con gioia? E, soprattutto, verso chi sta correndo?
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Oggi è il giorno di Pasqua, e non so se capita solo a me e alla mia famiglia ma nei giorni di “festa”non si fa altro che correre!

In fondo le nostre vite sono tutta una corsa. Corriamo per necessità  quando siamo bambini perché vorremmo essere più grandi, e  avere l'età per prendere il patentino per la moto o la microcar.

Corriamo quando siamo al liceo o all'università perché non ce la facciamo più di studiare.

Corriamo quando ne siamo usciti  perché vogliamo trovare un lavoro. E quando, e se lo abbiamo trovato, corriamo per fare tutte le cose  ce ci sono da fare in esso.

Corriamo quando prepariamo il nostro matrimonio, o quello dei figli... i più fortunati per quello dei nipoti.

Altre persone, meno fortunate di noi,  lo fanno per paura, e corrono lontano da una guerra, o da una carestia... Se volete, ne potete parlare coi nostri amici dall'Africa a fine culto.

Ma, attenti, si può correre anche per la gioia!

Chi più chi meno, tutti quanti noi se siamo sopra i trenta anni abbiamo corso all'appuntamento  con la nostra fidanzata o il nostro fidanzato.

Abbiamo corso a comperare i regali per il nostro sposo  o la nostra sposa... almeno nei primi tre/quattro anni.

Abbiamo corso in ospedale  per vedere nostro figlio appena nato o il nostro nipote.

La corsa si associa  quasi sempre a un cambiamento.

Cambiamento della nostra età (corriamo per crescere) del nostro stato stato sociale (corriamo per il lavoro) della nostra sicurezza (corriamo per migrare) della nostra famiglia (corriamo per il matrimonio, i figli, i nipoti)

Vorrei vedere assieme a voi un breve filmato...



Se siete curiosi, avrete già in mente tre domande: “Dove stanno correndo questi due uomini? Chi sono? Perché corrono? Corrono per necessità, per paura, o per gioia?”.

La corsa di cui parleremo oggi, è una corsa che si è svolta  una  mattina presto   di circa 1985 anni fa , ed è uno dei corridori stessi a raccontarcela.

Leggiamo assieme il vangelo di  Giovanni al capitolo 20:

“1 Il primo giorno della settimana (la domenica), la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. 2 Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». 3 Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. 4 I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; 5 e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò.  6 Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra 7 e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. 9 Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.” (Giovanni 20:1-10)

In questo brano ci sono tre protagonisti (Maria Maddalena, Pietro e Giovanni – l'altro discepolo), e tutti e tre corrono... Ma il motivo della corsa è differente.

“Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcroAllora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo».” (vv. 1b-2)

Immaginatevi la scena: Maria parte di notte  (tanto non avrà dormito da due giorni), carica di spezie ed aromi per curare il corpo morto di Gesù. E' rimasta sotto la croce, fino a che lo hanno deposto. Vuole farlo, come atto estremo di amore verso colui che le aveva trasformato la vita (scacciando sette demoni).

Va, e VEDE  (attenti a questo verbo che ritornerà nel racconto) la pietra tolta... Non entra per niente, e CORRE da Pietro e da Giovanni.

Che tipo di corsa è la sua? E' una corsa di disperazione. Non le è servito neppure di entrare; le è bastato vedere la pietra tolta.

Maria amava Gesù, era una delle donne  che finanziava la sua missione, non si staccava da lui... Ma, in fondo, la sua fede era fragile. Aveva creduto in lui, ma l'aveva visto morire in croce.

Ti sei trovato, ti sei trovata lì anche te, un giorno della tua vita? Hai creduto in qualcosa, o in qualcuno,  ma il mondo ha ucciso quella tua fede...

Forse è proprio la fede in Gesù che il mondo ha crocifisso: troppo banale, troppo vecchia, meglio qualcosa di nuovo, “new age”... magari niente...

La giornata di oggi ha molto a che fare con la tua corsa!

Poi c'è la corsa di Giovanni.

“Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò.” (vv. 3-5)

Anche qui, immaginatevi la scena: Maria arriva tutta trafelata, e gli dice: “Guardate che Gesù non c'è più nella tomba.” “Ma dai, ti sarai sbagliata... E' notte...” “No, no, vi assicuro... la tomba è quella...”

A questo punto, si alzano,  elegantemente escono  (non glie la vogliono dar vita a Maria) e, appena fuori la porta  letteralmente “schizzano” verso la tomba.

Pietro e più grande,  è un pescatore, muscoli grossi per tirare su le reti.

Giovanni è più esile, e stacca senza pietà l'amico. Arriva, si affaccia sulla porta della tomba, VEDE, ma non entra...

Che tipo di corsa era la sua? C'era sicuramente più fede di Maria, ma c'era anche la paura...

Paura di scoprire che Gesù  era ancora sul sarcofago, che la promessa fatta di risorgere non era vera.

Ti sei trovato, ti sei trovata lì anche te, un giorno della tua vita? Hai creduto in Gesù, ma altri ti hanno detto che è morto. Hai corso per vedere  se sia così... ma hai paura di sapere... di sapere che hai sperato invano.

Anche per te  la giornata di oggi ha molto a che fare con la tua corsa!

E, infine, c'è la corsa di Pietro:

“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra  e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte.” (vv. 6-7)

Pietro ha un carattere forte, è quello che afferma senza dubbi  che non rinnegherà mai Gesù, quello che durante l'arresto mette mano alla spada, e fa una fettina di orecchio del servo del sommo sacerdote.

Entra senza indugiare, e controlla: “Le fasce ci sono... lì per terra... Il sudario no... è piegato e riposto di là...”. La sua corsa forse  non era pienamente fiduciosa, ma lo diventa quando controlla la tomba.

La tomba non è quella  di una persona morta: non c'è sangue, le fasce non sono tagliate il sudario è riposto... E' come se quella tomba non avesse mai accolto un morto... ma un vivo.

Sapete, si dice che, all'epoca di Gesù, quando una persona aveva dei servitori,  quando si alzava da tavola, per segnalare ai servi  che aveva finito di mangiare metteva il tovagliolo davanti a se  pressoché in piedi.

Ma se lasciava il tovagliolo perfettamente piegato, significava :  “Sappi che sto per tornare... sii pronto a servirmi.”

Non sappiamo se sia stato questo il messaggio che Pietro ha compreso, oppure altri nella tomba: sta di fatto che ciò cha ha VISTO lo porta a questa conclusione... e assieme a lui anche Giovanni:

“Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette.” (v. 8)

Se sei qui oggi a festeggiare la Pasqua, è forse perché un giorno anche tu, come Pietro, hai controllato le evidenze, visto l'affidabilità delle promesse di Gesù, e creduto. Ma la Pasqua non è solo per te!

La Pasqua è anche se sei come Maria, hai visto la tua speranza  essere uccisa dal mondo.

La Pasqua è anche se sei come Giovanni, hai creduto... ma non osi sapere di più, perché temi di perdere quella speranza.

La Pasqua parla a ciascuno di noi, attraverso un verbo:  vedere.

Riflettete: serviva a Gesù di aprire la tomba per uscire da essa? Non avrebbe potuto attraversare la pietra esattamente come avrebbe fatto quella stessa  sera per visitare i discepoli  chiusi a chiave in una stanza per paura, entrando senza aprire porte o finestre?

La tomba aperta non serviva a Gesù, la tomba aperta serve a me, e a te, perché alcuni potessero vedere, e raccontare ad altri che avrebbero creduto senza vedere.

Qualche verso sotto Gesù dirà queste parole:

“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Giovanni 20: 29b)

Vorrei vedere assieme a voi la fine del filmato che abbiamo visto all'inizio.




Stai correndo lontano da Gesù, perché il mondo ha ucciso le tue speranze? Oppure corri, ma non vuoi vedere molto perché temi di scoprire un cadavere  invece di un Salvatore?

Puoi tornare a casa e pensare che il Cristianesimo sia tutta una bugia, che la tomba è vuota per mano di uomini, e correre lontano.

Oppure puoi tornare a casa  credendo realmente che Gesù è risorto, ma avere paura, dire:  “non si applica alla mia vita”, e correre... ma dubitando.

Ma solo se accetti  ciò che Gesù ha voluto farti vedere, e se credi all'evidenza del racconto di chi ha visto, allora la potenza  che ha aperto la tomba sciolto le fasce, ripiegato il sudario, sarà tua!

Allora sarai “Beato”, ovvero: “Felice”.

Verso chi stai correndo?

Preghiamo
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