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06 agosto 2006

Neemia

Durante una partita di football americano, le due squadre stavano pareggiando a pochi secondi dalla fine; l’allenatore di una delle due squadre decise allora di mandare in campo uno dei suoi migliori giocatori che, di lì a poco, segnò il goal della vittoria.


A partita finita, l’allenatore si avvicinò al giocatore, chiedendogli come mai non avesse guardato verso la porta dopo aver calciato.


E’ vero – rispose il giocatore – stavo guardando l’arbitro per capire dai suoi gesti se avevo fatto gol; avevo dimenticato di mettere le lenti a contatto e non riuscivo a vedere neppure la porta figuriamoci vedere la palla entrare.”

_________-


Nel campionato che vede impegnati uomini e donne nella costruzione della chiesa di Dio su questa terra, ci sono molte persone con una vista acuta, altri conon una vista normale, altri (purtroppo) ciechi. Ma, alla fine della partita la differenza la fanno uomini e donne che, pur sapendo di essere miopi, di non vedere a un palmo dal proprio naso, scendono comunque in campo, obbedendo al loro allenatore (Dio), calciano la palla fiduciosi che il loro onnipotente allenatore saprà guidare le traiettorie della palla sino alla porta;


PER FEDE giocano, PER FEDE obbediscono, PER FEDE calciano.


Il libro di Neemia narra la storia stupenda di uno di questi uomini; un uomo che , pur sapendosi limitato, riceve, con gli occhi della fede, una grande visione: ricostruire una città distrutta ed un popolo disperso.

Quella città è Gerusalemme, e quel popolo è il popolo di Dio.


E’ un libro che ci conduce alle soglie del Cristianesimo in quanto ci mostra il popolo di Dio 400 anni prima della nascita di Gesù; dopo questo libro (e dopo quello del profeta Malachia, vissuto ai tempi narrati in Neemia), la Bibbia sarebbe rimasta silenzioso per 400 anni.


Per 400 anni Dio pare disinteressarsi del suo popolo: torneremo alla fine su questo argomento.


Vediamo di inquadrare il momento storico in cui Neemia scrive.


Siamo intorno al 446 A.C, sono passati 140 anni da che gli Assiri avevano deportato in Babilonia quello che rimaneva del regno di Giuda; gran parte del popolo di Dio era in esilio, lontano dalla terra che il Signore aveva stabilito per lui.


Una piccola parte era già tornata in Palestina a più riprese grazie a Ciro e ad altri re.


Pur essendo stato ricostruito il Tempio, la città era un mucchio di macerie in cui quasi nessuno poteva o voleva vivere; e in verità nessuno aveva neppure provato di farlo in quanto i popoli intorno, da sempre nemici, lo avevano praticamente impedito.


Neemia era uno di quelli rimasti a Babilonia; il popolo ebreo, dopo gli anni della schiavitù e della sopraffazione, aveva raggiunto una posizione più che rispettabile; un’ebrea (Ester) era addirittura divenuta sposa del re Assiro Assuero solo 24 anni prima degli eventi che vedremo in questo libro.

I giudei godevano di posizioni di tutto rispetto all’interno dell’apparato statale Babilinese; e, difatti, Neemia posseva di una posizione di grande onore, come leggiamo nell’ultimo versetto del primo capitolo (pag. 487)



A quel tempo io ero coppiere del re.

(Neemia 1:11 NRV)


Essere “coppiere” non significava esclusivamente versare il vino o le bevande al Re, ma significava prepararle e, visto che a quel tempo i re correvano spesso il rischio di essere avvelenati, assaggiarle prima che il Re le bevesse; era una posizione di grande onore e al contempo di grandissima responsabilità.


Re Artaserse doveva fidarsi ciecamente di Neemia; e questo faceva di lui probabilmente una delle persone più amate e rispettate dal Re.


Qualsiasi altro sarebbe stato soddisfattissimo di tutto questo, ed avrebbe lottato per mantenere quella posizione nel regno di Babilonia.


Non Neemia; egli era sì un servitore leale del suo Re, ma era ancor di più un servo fedele di Dio, una persona che aveva a cuore il suo popolo e che avrebbe messo sempre e comunque al primo posto il lavoro per il Signore a quello del Re Artaserse ; leggiamo al cap. 1, versetti 2-4:


Anani, un mio fratello, e alcuni altri uomini arrivarono da Giuda. Io li interrogai riguardo ai Giudei scampati, superstiti della deportazione, e riguardo a Gerusalemme.

E quelli mi risposero: «I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco».

Quando udii queste parole, mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo.

(Neemia 1:2-4 NRV)


E’ un uomo disperato quello che abbiamo di fronte; ma, sorprendentemente, invece di cadere in depressione come molti di noi (io per primo) avrebbero fatto, quali sono le sue reazioni?


La prima, è quella dell’uomo Neemia; il pianto e la tristezza. Ma poi, subentra quella dell’uomo di Dio: “digiunai e pregai”. Neemia reagisce alla depressione causata da quelle notizie … con la preghiera; e quella preghiera fa scattare in lui una molla che lo spinge ad agire.


Qual è dunque la molla che scatta in Neemia capace di renderlo disposto a cambiare una vita di agi e di lusso in una vita di pericoli e di immani sforzi?


Versetti 8-9


Ricordati della parola che ordinasti al tuo servo Mosè di pronunziare: "Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli;

ma se tornerete a me e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, anche se sarete dispersi negli estremi confini del mondo, io di là vi raccoglierò e vi ricondurrò al luogo che ho scelto per farne la dimora del mio nome".

(Neemia 1:8-9 NRV)


Esdra, che era il sommo sacerdote ebreo, e era già tornato a Gerusalemme da tredici anni; era un insegnante e in quel periodo aveva fatto riscoprire alla sua gente quello che durante l’esilio era andato perduto; la parola di Dio.



Ma Dio aveva ora nei suoi piani di suscitare qualcuno che di fronte alla distruzione di Gerusalemme si disperasse, piangesse, e si indignasse a tal punto da agire: quel qualcuno era quel Neemia che, ricordando le parole scritte in Levitico, sapeva che Dio sarebbe stato dalla sua parte.


Vi sarebbe stato un unico modo per poter ricostruire Gerusalemme: chiedere al Re Artaserse non solo di lasciarlo andare, ma anche di lasciare andare altri giudei, di concedere i passaporti per tutti e regalare tutto il legno necessario per la ricostruzione.


Immaginatevi lo stato d’animo di Neemia sapendo di dover chiedere al Re di privarsi della persona su cui egli affidava la propria sicurezza e la propria vita.


Se riusciamo ancora a ricordarci, pensiamo a quando, da giovani, dovevamo chiedere ai nostri genitori di uscire con gli amici la sera tardi e, col cuore in gola, tornavamo a casa valutando mentalmente le probabilità che avevamo di ottenere un si, pensando a tutte le cose che avremmo potuto fare prima per ingraziarci nostro padre o nostra madre.


Bene, e quello era solo per uscire una sera con gli amici; Neemia doveva chiedere di andare a ricostruire una città e una nazione!


Ma non ci sarà neppure bisogno che sia egli a proporre il discorso; lo stesso Artaserse entrerà in argomento: leggiamo al cap. 2, dal versetto 2:


Il re mi disse: «Perché hai l'aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che per una preoccupazione». Allora fui colto da grande paura,

e dissi al re: «Viva il re per sempre! Come potrei non essere triste quando la città dove sono le tombe dei miei padri è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco?»

E il re mi disse: «Che cosa domandi?» Allora io pregai il Dio del cielo;

Vorrei fermarmi un attimo qui; ancora una volta Neemia risponde ad una situazione difficile con la preghiera che porta ad un’azione: egli ha paura, ma non una paura qualsiasi, una vera e propria fifa boia che Artaserse dica “NO!”. Proseguiamo:


poi risposi al re: «Se ti sembra giusto e il tuo servo ha incontrato il tuo favore, mandami in Giudea, nella città dove sono le tombe dei miei padri, perché io la ricostruisca».

Il re, che aveva la regina seduta al suo fianco, mi disse: «Quanto durerà il tuo viaggio? Quando ritornerai?» La cosa piacque al re, che mi lasciò andare, e gli indicai una data.

Poi dissi al re: «Se il re è disposto, mi si diano delle lettere per i governatori d'oltre il fiume affinché mi lascino passare ed entrare in Giuda,

e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, affinché mi dia del legname per costruire le porte della fortezza annessa al tempio del SIGNORE, per le mura della città, e per la casa che abiterò». Il re mi diede le lettere, perché la benefica mano del mio Dio era su di me.

Mi recai presso i governatori d'oltre il fiume, e diedi loro le lettere del re. Il re mi aveva dato una scorta di ufficiali e di cavalieri.

(Neemia 2:2-9 NRV)


Incredibile! Artaserese ha detto “SI!” …a tutto! E, addirittura, concede anche una scorta reale! Gli spiace che Neemia se ne vada, lo capiamo dal modo come gli chiede “Quanto durerà il tuo viaggio? Quando tornerai?” (tra parentesi, Neemia sarebbe tornato dopo 12 anni), ma concede TUTTO QUELLO CHE NEEMIA GLI CHIEDE!


Dio usa persone come Neemia, persone che forse non sono grandi insegnanti, la cui eloquenza non è un gran che, che sanno di essere miopi di fronte ai piani di Dio, ma la cui fede in ciò che Egli ha promesso è totale.


Neemia dunque si reca a Gerusalemme e vede coi suoi occhi lo stato di degrado della città e, radunati sacerdoti, magistrati, finanzieri e imprenditori edili, li convince a iniziare la ricostruzione.


Ma, come in ogni soap opera o telenovela che si rispetti, l’eroe deve avere dei nemici.


Nemici che siano i più antipatici possibili, subdoli e bugiardi come solo JR sapeva essere.


Anche Neemia non scampa a questa regola: al capitolo 2 leggiamo che…


Quando Samballat, il Coronita, e Tobia, il servo ammonita, furono informati del mio arrivo, furono molto contrariati dalla venuta di un uomo che cercava il bene dei figli di Israele.

(Neemia 2:10 NRV)

e più avanti:


Ma quando Samballat, il Coronita, e Tobia, il servo ammonita, e Ghesem, l'Arabo, lo seppero, si fecero beffe di noi, e ci disprezzarono dicendo: «Che cosa state facendo? Volete forse ribellarvi al re?»

(Neemia 2:19 NRV)


Le popolazioni che avevano occupato la Palestina quando Israele e Giuda erano stati deportati cominciavano a guardare con un occhio tra il preoccupato e il beffardo i giudei che tornavano a riprendere possesso della loro terra.


Ma Neemia riesce comunque a risvegliare l’orgoglio del suo popolo, e nel capitolo 3 c’è il racconto della frenetica ricostruzione delle mura e delle fortificazioni da parte di tutta la popolazione, nessuno escluso; ognuno ripara una parte davanti alla propria abitazione.


E così, quasi tre chilometri di mura senza contare tutte le torri le fortificazioni vengono ricostruite in brevissimo per un’altezza di un paio di metri: e Neemia loderà il suo popolo dicendo: e il popolo aveva preso a cuore il lavoro.”.


E i nemici? Cosa facevano loro vedendo tutto questo? Neemia racconta:


Quando Samballat udì che noi costruivamo le mura, si adirò, s'indignò moltissimo, si fece beffe dei Giudei...

Tobia l'Ammonita, che gli stava accanto, disse: «Costruiscano pure! Se una volpe ci salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!»

(Neemia 3:-33,35 NRV)


Ma poi, vedendo le mura completate per metà altezza, la loro derisione si trasforma in ira pronta a colpire: leggiamo al cap. 4, versetti 1-3



Ma quando Samballat, Tobia, gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdodei udirono che la riparazione delle mura di Gerusalemme progrediva, e che le brecce cominciavano a chiudersi, si indignarono moltissimo,e tutti quanti assieme si accordarono di venire ad attaccare Gerusalemme e a crearvi del disordine.

Allora noi pregammo il nostro Dio e mettemmo delle sentinelle di giorno e di notte per difenderci dai loro attacchi.

(Neemia 4:1-3 NRV)


Ancora una volta, la risposta di Neemia di fronte ad una situazione difficile è la preghiera che porta ad un’azione; ogni volta, prima egli prega e solo dopo agisce; e Neemia non si prende mai il merito di questa o quella mossa fatta bene, ma ne dà gloria a Dio; infatti se guardate il versetto 9 egli dice:


Quando i nostri nemici si accorsero che eravamo al corrente dei loro piani, DIO rese vano il loro progetto...


Nei capitolo a seguire Samballat e Tobia tentano in tutti i modi di mettere il bastone tra le ruote a Neemia, assoldando fasi profeti, spedendogli lettere minatorie e altre amenità del genere; ma egli rimane saldo ed esclama: “Ma ora, Dio, fortificami!”.


Ma, a questo punto, egli deve confrontare non solo gli attacchi dei nemici, ma anche una situazione interna dove alcuni cominciavano a protestare perché c’erano così tante macerie che era difficile lavorare, altri che, sfruttando il fatto che gli uomini erano impegnati nella ricostruzione e perciò non guadagnavano alcun salario, prestavano i soldi a strozzo e rendevano schiavi i debitori vendendoli (pensate un po’) agli Ammoniti, ai Coroniti.


Neemia dovette impegnare tutta la sua abilità politica per convincerli a rimettere i debiti e per placare gli animi…. Povero Neemia, che fatica!


Fermiamoci un attimo a riflettere sulla personalità di Neemia.


Sei tu come lui? Sai di essere miope, ma grazie agli occhi della fede in Dio hai visioni grandi per la sua opera nel tuo paese e nel mondo?


E’ bene che tu sappia che difficilmente troverai persone pronte ad applaudirti; piuttosto, sii preparato ad ogni pericolo, sia che provenga da coloro che si oppongono a Dio sia da coloro che, come te, credono in Lui.


Prendi esempio da Neemia, fa che la preghiera preceda OGNI tua azione, ma non fare che la paura congeli quello che Dio ti ha comandato di fare.


Torniamo alla nostra storia. Le mura dunque furono completate, messe le porte e i chiavistelli per chiuderle; e la gente aveva lavorato così tanto per terminarle che in pratica esse racchiudevano una città fantasma, con neppure una casa e pochissime persone che vivevano lì.


Allora Neemia, anzi, come dice lui, Dio gli mise in cuore di richiamare tutti i giudei a Gerusalemme per un censimento che avrebbe alla fine contato quasi 50.000 persone. Il censimento aveva un doppio scopo; quello di riportare assieme tutto il popolo e quello di ritornare a educarli alla parola di Dio: leggiamo al cap. 8: i versetti 1-4


Tutto il popolo si radunò come un sol uomo sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque, e disse a Esdra, lo scriba, che portasse il libro della legge di Mosè che il SIGNORE aveva data a Israele.


Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all'assemblea, composta di uomini, di donne e di tutti quelli che erano in grado di capire.

Egli lesse il libro sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque, dalla mattina presto fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne, e di quelli che erano in grado di capire; e tutto il popolo tendeva l'orecchio, per sentire il libro della legge.

Esdra, lo scriba, stava sopra un palco di legno, che era stato fatto apposta; accanto a lui stavano, a destra, Mattitia, Sema, Anania, Uria, Chilchia e Maaseia; a sinistra, Pedaia, Misael, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullam.

(Neemia 8:1-4 NRV)


Esdra lo scriba stava sopra il palco, e poi Mattitia, Sema, Anania, Uria… e Neemia? Che fine ha fatto l’eroe della storia? Perché colui che è stato l’artefice della rinascita di una città come di un popolo non siede sul palco d’onore, anzi, non siede al centro, sullo scanno più alto?


No, signori, Neemia non siede nel palco d’onore; Neemia è probabilmente là, in mezzo al suo popolo, in piedi, che ascolta la lettura della legge. In un altro brano al capitolo 12 lo vedrete organizzare una mega celebrazione per inaugurare le mura, con due cortei che si incamminano sopra di esse uno in senso orario uno in senso antiorario; alla testa di uno c’è Esdra lo Scriba… mentre lui lo troviamo che segue il secondo corteo “con l’altra metà del popolo” sono le sue testuali parole.



Ed è giusto che sia così; il suo dono non era quello di predicare o di insegnare. Il suo era un dono di azione, una capacità che nessun altro aveva di vedere le cose in grande, di convincere le persone, di organizzarle in squadre di lavoro, e in turni di guardia.


Non avrebbe avuto senso per lui stare là sul palco o alla testa di uno dei cortei, e forse si sarebbe sentito pure a disagio.


Ma, senza di lui, NULLA avrebbe potuto accadere. Dio usa uomini come Neemia, e sono fondamentali quanto un buon predicatore o un buon insegnante.


Hai un dono di questo genere? Sai amministrare le cose del Signore ed organizzare e incanalare le persone e gli eventi verso il bene per la Chiesa e la gloria per Dio? Oppure hai un altro dono, che so io, sai assistere gli ammalati, o sai incoraggiare chi ha perso fiducia o speranza? Non credere MAI che il mio dono, o quello di Michele, o di quant’ altri si alternano davanti a questo leggio sia più importante del tuo; senza coloro che hanno sistemato le sedie, che hanno pulito la sala, che hanno assistito un malato o che hanno portato incoraggiamento a qualcuno il nostro dono non basterebbe e talvolta sarebbe assai difficile o inefficace.


Avevamo lasciato Neemia e il popolo ad ascoltare la lettura della Legge; questa lettura porterà ad un reale pentimento che sfocerà in un grande risveglio. I Giudei torneranno a celebrare il sabato, come pure le feste comandate da Dio.

Se mi permettete un piccolo inciso; la lettura, la comprensione e l’applicazione della parola di Dio alle nostre vite porta SEMPRE a dei grandi risultati; quando il re Giosia in II Re ritrovò il libro della Legge e lo applicò alla vita del suo regno vi fu un risveglio nel popolo che tornò a Dio; quando ;Martin Lutero lesse la Bibbia e la applicò alla chiesa iniziò una riforma di cui noi siamo oggi eredi; il nostro mondo moderno ha bisogno di leggere ed applicare la parola di Dio alla propria vita.


Per Giuda il riconoscere gli errori del passato porterà a confessarli e a voler sottoscrivere nuovamente il patto con Dio.

Nel capitolo 10 troviamo questo patto; Neemia, i sacerdoti e i capi del popolo lo hanno scritto ed vi è stato posto il sigillo per renderlo ufficiale ed impegnativo per tutti; se qualcuno avesse disobbedito sarebbe stato punito.


Questi sono i dieci punti che lo compongono:


  1. Osserveremo i Comandamenti di Dio

  2. Non sposeremo le figlie e i figli degli altri popoli.

  3. Non compereremo nulla nei giorni di festa

  4. Lasceremo riposare la terra ogni 7 anni

  5. Ogni sette anni rimetteremo ogni debito

  6. Daremo danaro per la casa del nostro Dio

  7. Porteremo a turno la legna per gli olocausti

  8. Offriremo le primizie della terra e i primogeniti ai sacerdoti

  9. Porteremo le primizie e i primogeniti nei magazzini del tempio e daremo la decima ai sacerdoti.

  10. Avremo sempre sacerdoti e cantori per la gloria di Dio.


Il popolo di Dio aveva capito che tutto ciò che aveva sofferto in 1600 anni di storia era dovuto alla disobbedienza ai Suoi comandamenti; dopo tanto disobbedire aveva detto “basta” al peccato, suggellando un nuovo, eterno patto con il Padre…


Vi piacerebbe che fosse così? Ma non se ne parla neanche! Leggiamo assieme il cap. 13:


(Neemia 13:1-8 NRV)


In quel tempo si lesse in presenza del popolo il libro di Mosè, e vi si trovò scritto che l'Ammonita e il Moabita non debbono mai entrare nell'assemblea di Dio, perché non erano venuti incontro ai figli d'Israele con pane e acqua, e perché avevano comprato a loro danno Balaam, perché li maledicesse; ma il nostro Dio convertì la maledizione in benedizione. Quando il popolo udì la legge, separò da Israele tutti gli stranieri. Prima di questo, il sacerdote Eliasib, responsabile delle camere del tempio del nostro Dio e parente di Tobia (l’ammonita), aveva messo a disposizione di quest'ultimo una camera grande là dove, prima di allora si riponevano le offerte, l'incenso, gli utensili, la decima del grano, del vino e dell'olio, tutto ciò che spettava per legge ai Leviti, ai cantori, ai portinai, e la parte che se ne prelevava per i sacerdoti. Ma quando si faceva tutto questo, io non ero a Gerusalemme; perché l'anno trentaduesimo di Artaserse, re di Babilonia, ero tornato presso il re; e dopo qualche tempo, avendo ottenuto un congedo dal re, tornai a Gerusalemme, e mi accorsi del male che Eliasib aveva fatto per amore di Tobia, mettendo a sua disposizione una camera nei cortili della casa di Dio. La cosa mi dispiacque molto, e feci gettare fuori dalla camera tutte le masserizie appartenenti a Tobia.

(Neemia 13:10 NRV)


Seppi pure che le porzioni dovute ai Leviti non erano state date, e che i Leviti e i cantori, incaricati del servizio, se ne erano fuggiti, ciascuno alla sua terra.


(Neemia 13:15-16 NRV)


In quei giorni osservai in Giuda alcune persone intente a pigiare l'uva in giorno di sabato, altre a portare, caricandolo sugli asini, grano e anche vino, uva, fichi, e ogni sorta di cose, che facevano giungere a Gerusalemme in giorno di sabato. Io li rimproverai a motivo del giorno in cui vendevano le loro derrate.

C'erano anche persone di Tiro, stabilite a Gerusalemme, che portavano del pesce e ogni sorta di cose, e le vendevano ai figli di Giuda in giorno di sabato, e a Gerusalemme.


(Neemia 13:23 NRV)


In quei giorni vidi pure dei Giudei che avevano sposato donne di Asdod, di Ammon e di Moab.


(Neemia 13:25 NRV)


Li rimproverai, li maledissi, ne picchiai alcuni, strappai loro i capelli, e li feci giurare nel nome di Dio che non avrebbero dato le loro figlie ai figli di costoro, e non avrebbero preso le figlie di quelli per i loro figli né per sé stessi.



(Neemia 13:28 NRV)


Uno dei figli di Ioiada, figlio di Eliasib, il sommo sacerdote, era genero di Samballat, il Coronita; e io lo cacciai via da me.



Neemia era ritornato dal Re Atraserse, come aveva promesso, ed in sua assenza il popolo aveva, a poco a poco, rinnegato quel patto che aveva voluto sottoscrivere con Dio; nulla di esso era stato risparmiato.


Le sale del Tempio venivano sub-affittate ai nemici di Dio, le decime, le primizie e i primogeniti non venivano più consegnati regolarmente e così sacerdoti e cantori, per poter sopravvivere, erano ritornati alle proprie terre.


Di sabato si lavorava e si faceva commercio, uno dei sacerdoti del Tempio era parente di Tobia l’Ammonita e persino il figlio del sommo sacerdote aveva sposato la figlia di quel Samballat che voleva distruggere Neemia e chi ricostruiva le mura.


Bella dimostrazione di fedeltà al patto! Leggete Malachia, per vedere quella che è l’opinione di Dio circa questa situazione.


Permettetemi di fermarmi un’ultima volta per mostravi come ci riguardi da vicino questo passo; esso ci mostra cosa succede quando, pian piano, cominciamo a scendere a compromessi con la nostra fede.


Si, si, lo so che non dovrei fare quella determinata cosa, che dovrei buttare fuori di me quel determinato peccato… ma ci sono tanto affezionato… e poi, è solo un piccolo peccatuccio… io sono di Dio!”


Stiamo sub-affittando una o più camere che appartengono al Tempio di Dio, la nostra persona, a qualche Tobia?

Non aspettiamo che arrivi Neemia a buttarlo in strada con tutte le sue cose schifose! Facciamolo noi!


“Si, si, lo so che non ho offerto nulla questo mese, ma ho avuto un mare di spese e di imprevisti… e poi, in fondo, è solo per questa volta… i servitori della mia chiesa sopravviveranno lo stesso!”


Cantori e Sacerdoti dedicavano la loro vita a Dio ed erano indispensabili perché la sopravvivenza del Tempio; lo sono ancora.


Cantori e sacerdoti vivono sul mio e sul tuo senso di responsabilità: non facciamo che tornino alle loro terre per poter sopravvivere.


“Si, si, lo so che sono molte domeniche che non vado in chiesa… ma debbo terminare quella determinata cosa e non ho altro tempo che questo!”


Attenzione a non far diventare la domenica un part-time tra i propri hobby e Dio. Neemia fece chiudere le porte il venerdì notte per evitare al suo popolo di lavorare nel giorno del Signore; ci serve questo per rispettarlo?


E’ cosi facile scivolare lontano dal patto quando ci allontaniamo da Dio e dalla sua parola; ci riesce naturale, e non dobbiamo neppure sforzarci perché questo accada.


Siamo quasi alla conclusione, e vorrei ribadire tre sue caratteristiche di cui possiamo fare tesoro:


  1. Dal Neemia che prega nella disperazione o nella paura, che prega prima di agire e che dà il merito a Dio dei suoi successi possiamo imparare ad affidare ogni nostro peso, ogni nostra preoccupazione, ogni nostra difficoltà al Signore; fare in modo che le nostre preghiere precedano le nostre azioni; e dare il merito dei nostri successi non alla nostra capacità, ma a chi li ha realmente governati: Dio.

  2. Dal Neemia che resta fermo nella sua visione di ricostruire Gerusalemme nonostante i nemici ed i problemi interni possiamo imparare a non aspettarci applausi o consensi unanimi quando le nostre visioni superano quelle degli altri, e quando si è certi che provengano da Dio essere pronti a difenderle dal mondo e dagli altri con umiltà e perseveranza.

  3. Dal Neemia che cede la scena al momento opportuno ad Esdra, che si confonde nella folla possiamo imparare che, se possiedi un dono (e lo possiedi di certo) che non sia un dono di “prima visibilità”, come l’insegnamento, o l’evangelizzazione ad esempio, non devi pensare che esso valga poco o valga meno. Se pensi che i doni più visibili siano quelli più importanti, pensa che senza Neemia l’amministratore Gerusalemme sarebbe stata ancora un cumulo di macerie dove Esdra lo Scriba non avrebbe potuto insegnare a nessuno.


Tuttavia, la mia ammirazione verso Neemia non può nascondere il fatto che anche egli esca sconfitto dalla battaglia più grande; quella contro la nostra indole disobbediente nei confronti dei precetti di Dio. La storia di tutto l’Antico testamento non è che un continuo fare patti con il Padre ed un continuo disobbedirvi.


Si comincia con Adamo; ed è il primo a disobbedire, rompendo quello che non era un patto, ma una libera concessione del Creatore.


Che sia Dio ad offrire il patto o che sia l’uomo a volerlo sottoscrivere poco cambia; per citarne alcuni, il Signore farà un patto con Noè dopo il Diluvio; poi sarà la volta di Abramo; e poi di Mosè; e poi di Davide; e infine di Neemia.


Dalla creazione del mondo, Dio ha tentato innumerevoli volte di scrivere un patto con l’uomo; un patto che durasse. Ma il problema più grande era quello dato da una delle due parti che firmavano; mentre Dio avrebbe SEMPRE mantenuto quello che aveva promesso, l’uomo avrebbe SEMPRE tradito le promesse e i giuramenti solennemente fatti.


Non c’era alcuna via di scampo; l’uomo sarebbe stato dunque per sempre separato dal Padre a motivo della sua testarda e cocciuta voglia di disobbedire. Per quattrocento anni Dio sarebbe rimasto silenzioso, dopo quell’ultimo fallimento.


Mai nessun uomo avrebbe potuto firmare un patto con Dio e rimanervi fedele.


Mai nessun uomo. Mai nessun uomo.


Tranne uno.


Ed è proprio durante i giorni di Neemia che il profeta Malachia ci parla di quell’unico uomo che avrebbe firmato un patto eterno per noi. Pag,. 946


(Malachia 3:1 NRV)


«Ecco, io vi mando il mio messaggero, che spianerà la via davanti a me e subito il Signore, che voi cercate, l'Angelo del patto, che voi desiderate, entrerà nel suo tempio. Ecco egli viene», dice il SIGNORE degli eserciti.


L’Angelo del patto, colui che avrebbe firmato quell’accordo una volta e per sempre, sarebbe stato Dio stesso, sotto forma di uomo, incarnato in Gesù. Dio stesso avrebbe provveduto un patto perfetto firmato col sangue del suo unico Figlio.


Ecco egli viene


(Isaia 7:14 NRV)


Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà ‘Dio con Noi’.


Il patto che salva me e te, ha la firma indelebile della Croce dove Gesù ha lavato ogni nostro peccato.


Amen.


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