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01 marzo 2006

Se solo potessi…

Qualche giorno fa, in un programma scientifico, ho sentito di una rivoluzionaria cura per il cancro che promette di sconfiggerlo o almeno di allungare di molto la sopravvivenza delle persone che ne sono affette.

Ciclicamente i media ci propongono questa o quella nuova medicina, questa o quella nuova terapia; la lotta è lunga e difficile, ma sono persuaso che, prima o poi, l’uomo sarà capace di scardinare anche l’ultima combinazione del male e di riservare a coloro che ne sono affetti una migliore prospettiva di vita.

E’ una buona, è un’ottima notizia per ciascuno di noi… ma ponetevi nello stato d’animo di coloro che, oggi, sono affetti da una tale malattia.

Sanno che la strada verso la cura è ancora lunga, e che ci vorrà ancora molto tempo… quel tempo che a loro sta sfuggendo dalle mani. E forse molti pensano: “Se solo potessi attendere che quella cura venga messa a punto…”

Per noi uomini e donne del 21° secolo, abituati ad essere autosufficienti ed indipendenti in ogni ambito della nostra vita è terribilmente frustrante il pensare che talvolta dobbiamo attendere l’arrivo in soccorso di qualcun altro, che per quanto possiamo sforzarci non dipende da noi…

Il sentirsi impotenti; è questo che ci spaventa di più, forse anche di più della nostra morte.

C’è una storia, nella Bibbia, dove un uomo vissuto duemila anni fa mostra di aver provato la stessa sensazione di impotenza e di frustrazione; si trova in Giovanni 5:1-9 .

1 Dopo queste cose, ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. 3 Sotto questi portici giaceva un gran numero di infermi, di ciechi, di zoppi di paralitici, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua; 4 perché un angelo scendeva nella piscina e metteva l’acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito di qualunque malattia fosse colpito. 5 Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. 6 Gesù, vedendolo che giaceva e sapendo che da lungo tempo stava così, gli disse: "Vuoi guarire?". 7 L’infermo gli rispose: "Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e, mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me". 8 Gesù gli disse: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina". 9 In quell’istante l’uomo fu guarito, prese il suo lettuccio e si mise a camminare.” (Giovanni 5:1-9 NR)

(Contesto):

* Questo è il 2° anno di ministerio di Gesù (ha circa 32 anni); il primo anno lo ha trascorso lontano da Gerusalemme in giro per la Galilea, facendo miracoli e predicando l’evangelo;

* Siamo circa ad Aprile: è passata da poco la Pasqua ebraica, e Gesù si reca a Gerusalemme;

* Gesù si reca alla piscina di Betesda; era una grande vasca posta all’esterno delle mura là dove c’era una porta da cui probabilmente gli armenti entravano in città.

Gesù era ormai famoso lontano da Gerusalemme per via delle guarigioni, delle moltiplicazioni di pani e pesci e della sua predicazione, ma qui, a Gerusalemme, nessuno sembrava ricordarsi di quel tipo bizzarro che giusto un anno prima aveva scacciato con veemenza i mercanti dal tempio, affermando che quella era la SUA casa.

A ragione, quella era la SUA casa, ma ecco, nella sua seconda visita a Gerusalemme, invece di recarsi al Tempio, in un luogo degno di lui e della sua natura divina, Gesù si reca in un posto dove non c’è altro che lacrime e dolore.

E’ un po’ come se l’ambasciatore americano venuto in visita in Italia invece di recarsi al Quirinale dal nostro Capo dello Stato, preferisse recarsi nel reparto dei malati terminali di un piccolo ospedale alla periferia di Roma.

Sarebbe molto bello vedere i nostri governanti dimostrare un amore così grande verso chi soffre… purtroppo, spesso non è così.

Gesù sceglie di fare quello che gli altri non fanno; nel suo viaggio a Gerusalemme, non lo trovi tra i ricchi o i potenti, ma tra chi soffre, tra chi non ha nulla, tra chi è ai margini della società, oltre le mura esterne della città, presso una fontana usata per abbeverare le pecore.

Lì incontra una varia umanità fatta di “infermi, ciechi, zoppi e paralitici” che quasi come in una lotteria, attendono che l’acqua ribollisca un po’ per tuffarvisi dentro ed essere guariti…

Il testo originale greco non specifica “essere guariti per sempre”, ma dice molto più genericamente “essere sanato, stare meglio”.

Forse le acque di quella fonte avevano delle proprietà medicinali particolari, o forse c’era veramente l’intervento di Dio tramite un Angelo a produrre tali guarigioni; non sappiamo.

Fatto sta che, nella cabala della guarigione interveniva drammaticamente il fattore fortuna, o rapidità, se volete; solo chi aveva i riflessi di Asafa Powell (recordman dei 100 mt. in 9.75) riusciva a guarire…

E per gli altri? Beh, valeva quello che era scritto sulla carta delle gomme che comperavo da bambino nella speranza di vincere un pallone o un robot: ritenta, sarai più fortunato.

Gesù è colpito da uno in particolare di quei disperati; è un uomo, disteso per terra su una sorta di piccola barella fatta di legno e stracci; è da trentotto anni che vive così.

Considerando che l’età media dell’epoca si aggirava intorno ai 50 anni, e la gravità del male da cui era affetto, e anche che difficilmente era in questo stato dalla sua nascita (un bambino infermo non avrebbe avuto scampo all’epoca) l’uomo era probabilmente molto prossimo alla morte.

Nonostante questo, qualche anima pia l’aveva portato sul suo lettuccio verso quell’ultima spiaggia, verso quel viaggio della speranza lasciandolo lì, alla ricerca di un miracolo che difficilmente si sarebbe avverato senza l’aiuto di qualcuno.

E’ lui, che Gesù sceglie, forse non il più bisognoso, ma certamente il più disperato tra tutti.

"Vuoi guarire?".

Con tutto il rispetto, che razza di domanda è questa?

Certo che voglio guarire, Gesù! Sono trentotto anni che vivo su quella branda; sono trentotto anni che vedo altri che corrono, si muovono, vivono una vita normale attorno a me…certo che voglio guarire!

Anche noi, così come il paralitico, possiamo avere bisogno di essere guariti; e non mi voglio soffermare oggi sulle guarigioni del fisico, quanto dello spirito.

Chi crede in Gesù è salvato, lo sappiamo, ma nondimeno può continuare a portare in se dei mali che lo limitano, facendolo talvolta sentire inadeguato, un “figlio di serie B”.

Possiamo essere salvi, ma a causa delle malattie contratte nella nostra vita prima conoscere Cristo possiamo essere lenti, o fermi nella nostra vita di credenti; siamo nati per correre in Cristo, e invece rallentiamo, zoppichiamo, o persino siamo costretti su una branda di legno e stracci come il paralitico.

"Vuoi guarire?".

Certo Gesù che voglio guarire! Sono trentotto anni che lotto con la mia avarizia, sono trentotto anni che lotto con la mia depressione, sono trentotto anni che lotto contro la (….)

Certo che voglio guarire! E, come il paralitico, ci affidiamo spesso alla cabala, alla fortuna aspettando qualcosa che arrivi dall’alto -l’Angelo- a guarirci miracolosamente.

Magari, come il paralitico, aspettiamo colui che ci aiuti ad immergerci a tempo nella vasca, e imputiamo alla sfortuna, o peggio, a chi non ci aiuta a tempo la nostra sconfitta verso il male.

Se solo potessi… allora sarei guarito!”

A prima vista, questa storia può apparire come una delle tante dove Gesù ha guarito qualcuno che non poteva camminare; ma qui Gesù non ha toccato neppure il paralitico, né c’è stata neppure una confessione di fede; Gesù non ha detto, “credi e sarai guarito”.

"Vuoi guarire?".

Gli occhi di Gesù guardano in quelli del paralitico; ed è come se dicessero: “ Figlio mio, non fidare sulla sorte di essere il primo a scendere nell’acqua per essere guarito, né su qualcuno che ti aiuti ad alzarti e ad immergerti. Fida su me! So che la tua forza non è sufficiente! Ecco, io ti do la mia forza! Fidati di me! Basta che tu mi obbedisca!”

"Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"

La guarigione per il paralitico non risiede nell’aver trovato chi lo aiutasse a scendere nella vasca, né nella lotteria dell’essere il primo, ma nell’obbedienza alle parole di Gesù.

Gesù sposta il fuoco dell’ attenzione del paralitico dalla vasca, dall’angelo e dall’aiuto per scendere in acqua, e lo ridirige su se stesso; “fa come ti dico, e sarai guarito”.

La domanda di Gesù, posta ai bordi di una piscina affollata di gente che soffre, è ancora valida oggi.

"Vuoi guarire?".

Certo Gesù che voglio guarire; guarire da questo senso di vuoto e che provo, guarire dal dubbio di cosa mi accadrà, guarire dall’angoscia di trovare una ragione ai miei giorni aldilà del vivere, lavorare, invecchiare e morire.

Dove stai ponendo la tua fiducia? Sulla potenza dell’acqua della vasca, o sull’arrivo dell’angelo, o sull’aiuto di qualcun altro come te, o sulla fortuna di essere il primo?

Vuoi passare la vita attendendo sul tuo letto pensando “Se solo potessi…”?

Gesù ha detto:

"Io sono il pane della vita chi viene a me non avrà mai più fame e chi crede in me non avrà mai più sete

La fonte della tua salvezza, e della mia vita, è oggi dinanzi a te

“Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per ricevere aiuto al tempo opportuno. (Ebrei 4:16 LND)

Possiamo essere deboli e infermi, ma Gesù è sufficiente. Basta che ti affidi a lui.

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